Newsletter numero 2

Indice dei contenuti:

 

Editoriale

Medicina occidentale, medicina orientale e fisica quantistica



La medicina occidentale, come è noto, è medicina meccanicistica e organica. Le medicine orientali, al contrario, possono essere considerate medicine energetiche e da millenni sostengono che il nostro corpo, di carne e sangue, è in realtà energia, energia grossolana, materiale ma pur sempre energia.
Nel nostro Occidente abbiamo dovuto attendere A. Einstein che nel 1905 con la famosa equazione E = m c2  ha sollevato un velo sulla nostra vera natura dimostrando un’equivalenza di energia e materia. La materia appare compatta e statica ai nostri occhi, ma è tale grazie a un vorticoso movimento ad una velocità inimmaginabile.
La legge E = m c2  ( c è la velocità della luce nel vuoto, circa 300.000 km/sec, m è la massa ed E è l’energia contenuta nella materia), che lega materia ed energia, è ormai entrata nel sapere comune, ma è sconcertante sapere che gli antichi Rishi indiani già 5.000 anni fa avevano “intuito” questo concetto senza un processo ragionativo ma ispirati dal Divino nel corso delle loro profonde meditazioni. Questo stupore lo esprime bene il fisico Fritjof Capra che, nel suo famoso libro “Il Tao della fisica”, scrive:
“Dalla fisica moderna sta iniziando a emergere una visione del mondo che si trova in armonia con la saggezza dell’antico Oriente. Quanto più profondamente penetriamo nel mondo submicroscopico tanto più ci rendiamo conto che la fisica moderna, parimenti al misticismo orientale, considera il mondo come  un insieme di elementi interconnessi, inseparabili ed in movimento continuo (…) e l’uomo è parte di esso.”
Capra descrive in modo molto suggestivo il legame indissolubile dell’uomo con l’Universo  che lo circonda nell’Introduzione del libro citato:
“In un pomeriggio di fine estate, seduto in riva all’oceano, osservavo il movimento delle onde e sentivo il ritmo del mio respiro, quando all’improvviso ebbi la consapevolezza che tutto intorno a me prendeva parte ad una gigantesca danza cosmica. Essendo un fisico, sapevo che la sabbia, le rocce, l’acqua e l’aria che mi circondavano erano composte da molecole e da atomi in vibrazione. (…) Tutto questo mi era noto dalle mie ricerche nella fisica delle alte energie, ma fino a quel momento ne avevo avuto esperienza solo attraverso grafici, diagrammi e teorie matematiche. Sedendo su quella spiaggia, (..)  “vidi” gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a questa danza cosmica di energia: percepii il suo ritmo e ne “sentii” la musica; e in quel momento seppi che quella era la danza di Shiva, il Dio dei danzatori, adorato dagli Indù.”
La danza di Shiva rimanda ad un legame indissolubile tra tutte le cose e all’idea di una “sostanza” unica di cui è costituito tutto l’universo.
La materia quindi non va intesa come oggetto statico ma come configurazione dinamica energetica.
Emerge uno sconcertante parallelismo tra acquisizioni scientifiche e intuizioni mistiche.

Lo scienziato fa esperienza del mondo con la mente razionale, il mistico mediante la mente intuitiva. Le due impostazioni sono complementari, si completano a vicenda per una più piena comprensione del mondo.
“La scienza non ha bisogno del misticismo e il misticismo non ha bisogno della scienza – scrive ancora Capra – ma l’uomo ha bisogno dell’uno e dell’altra.” 
Parimenti, anche la medicina occidentale organica si avvale e si completa con le intuizioni millenarie della medicina orientale.

Il consiglio
In relazione all'utilità di integrare la terapia medica occidentale con le terapie delle medicine tradizionali orientali, consigliamo di visionare l'interessante sito del Dr. Mali (www.drmali.com). Il Dr. Mali ha una formazione sia nella medicina tradizionale occidentale (é laureato in Medicina) sia in ayurveda e in medicina tradizionale cinese. Ha fondato un centro di medicina integrata a Londra e a New Delhi dove opera da molti anni, e ha anche un centro in Italia. Ha avuto in cura personaggi famosi come Sylvester Stallone, Samuel L. Jackson, Andrew Llyod Webber, Kate Moss, Michael Douglas, Claudia Schiffer e altri. Ha scritto diversi testi tra cui uno particolarmente originale incentrato sul trattamento del collo (The neck connection).

Roberta Lovati - Medico radiologo

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Il punto di vista dell’esperto

“PRAKRITI: La costituzione individuale secondo l'Ayurveda”



Prakriti in sanscrito significa "Natura, Creazione primordiale, il Principio creativo, la natura di ogni individuo".
La Prakriti o costituzione individuale è determinata al momento del concepimento e si riferisce alla natura più intima dell'uomo.
E' quella mescolanza di qualità e caratteristiche che a partire dal momento del concepimento rende ogni persona unica, una volta che questa particolare
combinazione è stabilita rimane la stessa per tutta la durata dell'esistenza.

La Prakriti o costituzione secondo l'Ayurveda dipende dai seguenti fattori:
 stato dello sperma e dell'ovulo al momento del concepimento
 natura della stagione e condizione all'interno dell'utero
 cibo e abitudini assunti dalla madre durante la gravidanza
 natura degli elementi che compongono il feto.

La prevalenza di determinati elementi decide la costituzione prettamente fisica, altri la costituzione psicologica.
Occorre ricordare che secondo l'Ayurveda il corpo e la natura stessa della vita sono espressioni delle tre energie di base chiamate Dosha.
I Dosha sono delle combinazioni di energia costituita dai Cinque Elementi (Pancha Mahabhuta).

Terra come stato solido della materia, Acqua lo stato fluido, Fuoco l'energia o potere che trasforma la materia da uno stato all'altro, Aria lo stato gassoso della materia ed Etere lo spazio in cui può esistere ed è contenuta la materia.
I tre Dosha sono la manifestazione nel corpo di questi cinque stati della materia.
Vata è il dosha nato dalla combinazione di Etere ed Aria, è responsabile dei movimenti del corpo, della mente e dei sensi, presiede alle funzioni del sistema nervoso.
Pitta è il dosha nato dalla combinazione di Acqua e Fuoco, è responsabile del calore, del metabolismo, della produzione di energia e presiede alle funzioni digestive ed enzimatiche.
Kapha è la combinazione di Terra ed Acqua, è responsabile della struttura e della stabilità fisica, dello sviluppo, dell'equilibrio dei fluidi e presiede al sistema immunitario.
La combinazione dei Tre dosha è particolare ed individuale, ogni dosha ha la sua azione ed in ogni individuo si esprime in modi diversi a tutti i livelli: fisico fisiologico e mentale.La caratteristica che contraddistingue Vata è la secchezza, il calore per Pitta e la pesantezza per Kapha.
La manifestazione di queste tre forze esistono tutto intorno a noi esprimendosi nell'ambiente, nelle condizioni di vita, nell'atmosfera emotiva, nei cibi che mangiamo ecc.

La costituzione umana è quindi comprensiva di tutti e tre i dosha, questo significa che ognuno ha dentro di sè le forze dinamiche di Vata, Pitta e Kapha, la differenza tra gli individui è data dal grado con cui i tre dosha interagiscono tra loro nel contesto di ogni tipo corporeo e dalle loro percentuali nella Prakriti.
Come è stato detto prima, la costituzione di una persona è determinata alla nascita dalla genetica e viene mantenuta durante tutta la vita, non cambia.
Quello che cambia sono solamente gli aspetti fisiopsicologici influenzati da fattori sociali, ambientali e culturali presenti nella vita di ognuno e naturalmente anche dalle scelte personali.
E' possibile avere indicazioni utili per individuare la propria Prakriti tramite questionari e test costituzionali ma, la determinazione esatta, si ha tramite la visita e soprattutto l'esame del polso (caratteristica metodologia diagnostica dell'Ayurveda) effettuato da un medico ayurvedico esperto.
Il trattamento ayurvedico si basa sull'accertamento preliminare della costituzione individuale, la forza peculiare di questo sistema è che considera l'individuo il fattore più importante. L'Ayurveda non vede la malattia come un fattore a sè stante, ma come una complicazione di uno squilibrio costituzionale, pertanto la malattia è un prodotto del modo di vivere dell'individuo, piuttosto che una forza che attacca dall'esterno.

La classificazione della prevalenza dei Dosha è il fattore più importante sia nell'esame dello stato di salute sia nella diagnosi della malattia; la Prakriti è quindi il punto focale dell'Ayurveda.
Secondo le combinazioni dei tre Dosha possiamo avere sette tipi di costituzione.
La tipologia pura (solo un Dosha) è veramente molto rara, così come rara è quella denominata Sama (lett. significa uguale) ossia una combinazione in percentuali uguali dei tre Dosha. Molto più comuni sono le combinazioni e cioè i tipi corporei indicati con Prakriti binaria ossia: Vata-Kapha, Vata Pitta, Pitta-Kapha e viceversa.
Vediamo ora brevemente alcune delle caratteristiche costituzionali secondo il dosha dominante (tenendo conto che si tratta di descrizioni di dosha puro, mentre ricordiamolo noi siamo sempre una combinazione dei tre dosha)


VATA
La persona con Vata dominante tende ad essere molto alto o molto basso, qualsiasi allontanamento significativo dalle proporzioni è dovuto all'irregolarità del fattore Vata.
Le articolazioni sono spesso rumorose e sporgenti, la maggior parte delle anomalie strutturali sono caratteristiche di questo dosha.
La pelle è solitamente sottile, secca tende a screpolarsi, la carnagione tende ad essere scura, la muscolatura poco sviluppata. Il suo senso dominante è l'udito. E' sempre in movimento ma non avendo una buona energia tende a stancarsi in tempi brevi. I suoi punti più deboli sono il sist. Nervoso, escretore
ed articolare. Vata si esprime attraverso la creatività e le arti in genere, la sua natura è però così mutevole da tendere a volte alla confusione. L'umore è variabile e tendenzialmente malinconico, l'intelligenza adattabile e veloce con buona capacità di pensiero immaginativo.
Lo stato di equilibrio segue la via della tranquillità, gli elementi Aria ed Etere che compongono questo dosha devono essere "disciplinati" data la loro natura al movimento e dispersione.

PITTA
La persona con Pitta dominante ha una corporatura media ed elegante nel portamento.
Pitta si esprime nelle proporzioni del corpo attraverso la regolarità e l'equilibrio.
La muscolatura è buona e di media forza, la pelle tende ad essere chiara e morbida con nei e lentiggini ma facilmente irritabile e predisposta agli arrossamenti.
Il suo senso dominante è la vista.
I suoi punti deboli sono il sist. Digerente, la pelle, il sist.nervoso facilmente "infiammabile". Pitta si esprime attraverso il pensiero logico e l'organizzazione, il dosha tipico del leader dotato di grande potere comunicativo.
Il suo umore è generalmente stabile ma quando è provocato reagisce vivamente, l'intelligenza elevata acuta e critica, buona memoria e capacità di concentrarsi a lungo. Lo stato di equilibrio è da ricercarsi nell'incanalare il "fuoco" di Pitta verso scopi creativi e modalità di scarico.

KAPHA
La persona con Kapha dominante ha una corporatura medio-ampia, struttura ossea pesante e salda muscolatura, (molti sportivi hanno Kapha dominante che si esprime con buona massa muscolare, forza fisica e resistenza) spalle e fianchi larghi. La forza e la stabilità sono le sue espressioni più tipiche, e l'accumulo immediato di peso è uno dei suoi indici di squilibrio. La pelle è mediamente fresca e chiara può anche essere un pò grassa. I suoi sensi dominanti sono il tatto e il gusto. I punti deboli sono
rintracciabili nel sist. Immunitario, nella circolazione sanguigna e linfatica che tendono ad essere rallentate, c'è la tendenza alla stasi anche a livello psicologico sfociante nella depressione, espressione tipica di questo dosha quando è squilibrato. L'umore è tendenzialmente buono e pacifico, ha un'intelligenza lenta e molto paziente, un'ottima memoria e buona capacità di concentrazione.
Per rimanere in equilibrio Kapha ha bisogno di cambiamenti e stimoli continui a tutti i livelli.
Comprendendo la costituzione di ciascun individuo è possibile sapere quale specifico tipo di alimento, esercizio fisico, trattamento e rimedio saranno più appropriati per il mantenimento e il ripristino della salute.
Le persone con Vata prevalente (ricordiamo che Vata nasce dalla combinazione di Aria ed Etere e ne assume quindi tutte le caratteristiche) possiedono le qualità di leggerezza, secchezza e ruvidità (pelle, capelli, articolazioni più fragili, sist.nervoso instabile, digestione ed eliminazione irregolari ec) quindi per equilibrarsi sarà necessario adottare uno stile alimentare e di vita che ricerchi le qualità opposte.
Cibo caldo, umido e oleoso, ambiente tranquillo a ridotte stimolazioni sensoriali, clima caldo, regolarità nello stile di vita ec; viceversa Vata tenderà sempre ad aumentare originando i disturbi e le malattie.
Le persone con natura Pitta prevalente (combinazione di Fuoco ed Acqua) sono energiche e combattive possiedono le qualità del calore che aumentando disturba in modi diversi il corpo/mente (eruzioni cutanee, problemi digestivi, irritabilità nervosa, ec), azioni medicamenti e cibo andranno quindi verso la ricerca di qualità opposte: freschezza, calma, moderazione.
Le persone con natura Kapha prevalente (combinazione di Acqua e Terra) possiedono le qualità della lentezza, pesantezza, staticità, freddezza e anche per loro il riequilibrio passa attraverso le qualità opposte ossia cibi secchi leggeri e speziati, attività fisica vigorosa, cambiamenti nella routine quotidiana, movimento e stimolazioni a tutti i livelli.

La costituzione ha un ruolo molto importante in tutti gli aspetti della vita di un individuo, in quanto influente su salute e malattia, emozioni e pensieri.
Nel concetto di Prakriti è insita anche la predisposizione ad ammalarsi più facilmente di alcune malattie piuttosto che altre. Gli individui nei quali costituzionalmente si ha una predominanza di Vata ad es., tendono più facilmente a sviluppare malattie dovute ad un eccesso di Vata; lo stesso vale per gli altri Dosha.
Per prevenire l’insorgenza di malattie e per conservare la salute perfetta, l’Ayurveda consiglia e prescrive per ogni tipo costituzionale l’adozione di specifici regimi alimentari e di vita.

Scoprire la propria Prakriti è un'opportunità che deve essere usata per meglio comprendere la propria unicità, muoversi in accordo con le energie della Natura per essere in grado di mantenersi nel proprio equilibrio che ripetiamo è individuale. Se le attività giornaliere, la dieta, l'occupazione e il comportamento
non vengono adeguati per stabilire un regime di equilibrio del dosha dominante, questo umore costituzionale aumenterà e darà origine alle malattie che gli sono più caratteristiche.
Non esiste la costituzione migliore o più desiderabile, qualsiasi tipo di costituzione nella sua unicità se mantenuta nel proprio equilibrio è compatibile con la condizione di buona salute ed armonia psicofisica.
La predominanza congenita di un Dosha, contribuendo essa stessa a modellare i caratteri del corpo, non è di per se dannosa.
Infatti, come afferma Susruta, (eminente medico ayurvedico autore della Susruta Samhita e rappresentante della Scuola dei Chirurghi 600 a.C.) “L’ape non è danneggiata dal veleno che porta nel proprio pungiglione.” (Susruta S.4.79).
Anzi il conoscere la propria costituzione permette di evolvere verso uno stato più ideale di salute, e mettere in grado ognuno di rispettare il proprio corpo con le sue esigenze.

Antonio Morandi - Medico specialista in neurologia e ayurveda
Carmen Tosto - Terapista Ayurveda

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Scienza e Ayurveda

Un rapporto difficile ma necessario

 

La scienza, come è comunemente intesa nel mondo occidentale, è apparentemente molto lontana dai principi e dalla logica dell’Ayurveda, che più che una scienza è una filosofia di vita, come si può vedere dagli articoli apparsi su questo e sul precedente numero della newsletter. L’Ayurveda è nata migliaia di anni fa ed è arrivata pressoché immutata ai giorni nostri: è quindi una “antica” medicina, nata e sviluppatasi in epoca pre-scientifica,   sulla base di intuizioni e “prove” sul campo. Le sue basi teoriche, da quella dei 5 elementi e al loro unirsi per dare origine alle tre componenti della costituzione individuale, i dosha, ai canali di comunicazione dell’organismo, ai centri energetici, al fuoco digestivo, all’accumulo di sostanze non digerite e agli squilibri dei dosha come causa di malattia, e così via, ha poco o nulla a che vedere con quanto ci insegna la scienza occidentale, in termini di chimica, fisica, biologia, biochimica, anatomia, fisiologia, patologia.
La scienza medica occidentale, come noi oggi l’intendiamo, si è venuta formando dall’800 a oggi, a partire dalle grandi scoperte nel campo dell’anatomia, della fisiologia e della patologia, con il suo ampio corredo di strumenti diagnostici e terapeutici. A partire dalla metà del ‘900, la scienza medica occidentale si avvale, per la dimostrazione di efficacia di un trattamento, di tre tipi di studi: la ricerca di base, i modelli sperimentali animali e gli studi sperimentali sull’uomo. Questi ultimi vengono svolti, nella maggior parte dei casi,  secondo lo schema del trial clinico, o studio randomizzato e controllato, in cui, nella situazione più comune, un gruppo di soggetti viene sottoposto a un trattamento sperimentale, mentre un secondo gruppo assume un placebo, cioè un trattamento per definizione privo di efficacia, oppure si sottopone a un trattamento standard, di efficacia già provata. Di regola, l’attribuzione di ogni persona al primo trattamento (sperimentale)  o al secondo (placebo o standard) è del tutto casuale (in inglese “random”), mediante utilizzo di numeri causali o analoghi procedure. Se possibile, poi, è opportuno che sia il soggetto che si sottopone al trattamento sia il sanitario che lo somministra non sappiano quale trattamento stia assumendo ciascun paziente, se quello sperimentale o il placebo, una condizione che viene definita “cieco” o “doppio cieco”. 
La prima sperimentazione clinica propriamente detta è stata la somministrazione di streptomicina, confrontata con il solo riposo a letto, per la cura della tubercolosi polmonare, effettuato in Inghilterra nel 1948. Da allora il trial randomizzato controllato (in inglese randomized controlled trial, in sigla RCT) viene considerato il “gold standard” della ricerca biomedica per valutare trattamenti a carattere curativo o preventivo, il meglio di cui possiamo disporre. Va però ricordato che non tutte le scoperte della medicina occidentale  sono state sottoposte a questa procedura, per ragioni storiche: il beneficio di trattamenti come l’insulina per i diabetici, la penicillina per la polmonite batterica o l’aspirina per gli stati febbrili è stato evidenziato da ricerche cliniche empiriche, condotte sui soli malati, senza gruppo di controllo, in epoca precedente la nascita dell’attuale metodologia della ricerca scientifica. Perfino l’impiego del pap-test per lo screening del cancro della cervice uterina non è mai stato sottoposto ad adeguata ricerca, secondo i criteri della cosiddetta “Evidence-based medicine” (medicina basata sulle prove), eppure la sua validità è universalmente riconosciuta. Attualmente, comunque, nessun nuovo farmaco o nuovo trattamento può essere ammesso all’uso umano prima che efficacia e sicurezza sull’uomo siano state provate mediante uno o più RCT.
Per contro, le medicine non convenzionali, e in particolare le medicine orientali, sono state ampiamente utilizzate da milioni di persone nel mondo per anni senza essere state sottoposte ad una rigorosa validazione mediante RCT. Vi è una vasta documentazione clinica dell’impiego di queste medicine, e spesso una evidenza “empirica” di efficacia nella pratica corrente in ospedali, cliniche e ambulatori di tutto il mondo, ma ben poca sperimentazione, secondo i canoni scientifici del trial clinico. Per questo motivo, la maggior parte dei medici e studiosi occidentali (il cosiddetto  “establishment”) rifiuta di accettare le medicine non convenzionali, o complementari, definite nell’insieme con l’acronimo inglese di CAM (complementary and alternative medicine). Alcune segnalazioni di eventi avversi, o vere e proprie intossicazioni, derivanti dall’impiego di prodotti erboristici di origine indiana o cinese hanno poi ulteriormente rafforzato nei paesi occidentali una posizione contraria all’uso di questi prodotti, o comunque indotto al loro utilizzo con grande prudenza, solo sotto stretta sorveglianza medica.
D’altro canto, non esiste una preclusione a priori da parte della scienza medica occidentale all’utilizzo ad esempio di trattamenti delle medicine tradizionali popolari, ben consapevoli del fatto che molti principi farmacologicamente  attivi sono stati individuati per la prima volta proprio in prodotti naturali, basti tra tutti l’esempio recente delle artemisinine, che si stanno rivelando un antimalarico molto efficace, derivati dall’artemisia, una pianta in uso per le malattie febbrili da molti secoli presso diverse popolazioni del mondo. Non si dimentichi che il primo vaccino della storia, quello di Jenner per il vaiolo, è nato dall’osservazione della consuetudine popolare dei contadini di mettere sulla pelle scarificata estratti di pustole di vacche affette da vaiolo bovino, per immunizzarsi da quello umano. L’esperienza empirica, popolare, frutto di secoli di tradizione, non va quindi rifiutata a priori: se un certo trattamento, ripetuto su molte persone, dà qualche beneficio, esso si diffonde e si tramanda di generazione in generazione, entrando quindi nella medicina tradizionale di quella popolazione.
Vale la pena anche riprendere un editoriale apparso nel 1998 sul New England Journal of Medicine, la più quotata rivista di medicina a livello mondiale, a commento di due articoli, pubblicati sullo stesso numero della rivista, sugli effetti nocivi di alcuni preparati erboristici:  “ Non ci possono essere due tipi di medicina – convenzionale e alternativa. C’è solo una medicina che è stata adeguatamente sperimentata e una medicina che non lo è stata. Una volta che un trattamento è stato sperimentato in modo corretto e se ne verifica efficacia e innocuità esso sarà accettato nell’uso corrente”. Nello stesso anno, un numero monografico di JAMA, la rivista dell’associazione dei medici statunitensi, è stato dedicato a studi sulle medicine non convenzionali, comprendendo 6 trial randomizzati controllati su diversi trattamenti con queste medicine, di cui alcuni con risultati positivi (maggiore efficacia del trattamento rispetto al placebo) ed altri con risultati negativi. Il commento dei due editorialisti é più che mai attuale: “Non c’è una medicina alternativa. Ci sono solo una medicina scientificamente provata, fondata su prove di efficacia supportate da dati consistenti e una medicina non provata, per la quale non sono disponibili dimostrazioni di efficacia. Che una pratica terapeutica sia ‘orientale’ o ‘occidentale’, non convenzionale o ufficiale, che si fondi sull’interazione mente-corpo o sulla genetica molecolare è assolutamente irrilevante eccetto che per ragioni storiche o interessi culturali.”.
Esistono poi aspetti giuridici e medico-legali che non vanno trascurati. Mentre in Italia non esiste alcuna regolamentazione sull’impiego delle medicine non convenzionali, in paesi come India, Cina e altri vi sono università statali riconosciute e i medici ayurvedici o di medicina cinese sono regolarmente iscritti in albi professionali. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto ufficialmente diverse medicine tradizionali popolari, tra cui l’Ayurveda e la Medicina Cinese, e ha istituito un proprio settore che si occupa di medicina complementare, con la produzione di documenti e materiale informativo, tra i quali di recente le linee guida (benchmarks) per la formazione in medicina ayurvedica.
Con il rinascere dell’interesse per queste antiche medicine nei paesi di origine e la loro diffusione in occidente, a partire dagli anni ’60, la medicina occidentale ha quindi dovuto necessariamente confrontarsi di queste realtà e considerarle dal punto di vista scientifico. Da allora sono state promosse molte ricerche, condotte secondo i canoni della scienza medica occidentale, sostenute anche da una branca del National Institute of Health americano, il maggior ente governativo sanitario degli Stati Uniti.
Diversi prodotti erboristici impiegati in medicine popolari e di largo uso anche in Italia, dalla valeriana al ginko biloba, alle erbe usate in ayurveda o medicina cinese, sono stati sottoposti a qualche sperimentazione negli ultimi 20-30 anni. Anche alcuni trattamenti non farmacologici, primo tra tutti l’agopuntura, sono stati sottoposti a sperimentazioni cliniche, al punto che oggi sono disponibili diverse revisioni sistematiche degli studi finora condotti, o meta-analisi, ad esempio sull’impiego dell’agopuntura per diverse condizioni patologiche.  Tuttavia, la sperimentazione finora condotta è largamente insufficiente per trarre conclusioni in materia di efficacia e sicurezza per le centinaia di piante ad uso medicinale comunemente utilizzate in medicina tradizionale.
Nella banca dati sanitaria più diffusa al mondo, PubMed, il database della US National Library of Medicine del National Institutes of Health, che comprende attualmente oltre 20 milioni di articoli della letteratura scientifica biomedica, si possono trovare centinaia di articoli pubblicati su prodotti erboristici di largo impiego in ayurveda, come ashwaganda, phyllanthus, neem, guggulu, triphala, shatawari, boswellia, isabgol, e così via.  Per riportare qualche dato, su PubMed sono reperibili circa 2.000 articoli utilizzando come termine di ricerca “ayurveda”, che non sono poi molti se confrontati ai circa 17.000 sull’agopuntura ! In realtà gli studi effettuati su preparati usati in medicina ayurvedica sono molti di più, basti pensare ai 1.300  articoli sulla curcuma, un ingrediente di molti preparati ayurvedici, ma anche una spezia, e ai circa 400 sull’ashwagandha, una pianta utilizzata  per molti disturbi in Ayurveda.  Tutti gli articoli sono lavori originali, review o commenti apparsi su riviste internazionali, con peer review. Non sono presenti gli studi pubblicati su riviste locali, come alcune indiane e cinesi, non indicizzate su PubMed, ad esempio perché in lingua locale, non pubblicate regolarmente o di scarsa qualità.  Vi sono però riviste specializzate nelle medicine non complementari che dispongono ormai di un proprio spazio nelle banche dati on line. L’ISI, l’istituto più quotato a livello internazionale, che valuta la qualità delle riviste, con vari indicatori, di cui il più noto è l’impact factor, comprende anche un settore di riviste di “medicina integrativa e complementare”, tra cui alcune che pubblicano studi di medicina ayurvedica, come il Journal of Ethnopharmacology, e che hanno un impact factor di discreto livello.
Gli studi di medicina ayurvedica rintracciabili su PubMed riguardano per la maggior parte trattamenti erboristici e consistono quasi esclusivamente di sperimentazioni di base (studi sui meccanismi chimici o biochimici), studi in vitro, cioè su colture cellulari,  e sperimentazioni su animali. La ricerca di base in medicina non va considerata di minore importanza, ma è anzi fondamentale nella fase cosiddetta pre-clinica dello sviluppo di un farmaco: prima si valuta l’effetto del prodotto in un sistema in vitro (ad esempio su cellule o tessuti), poi in un animale con un sistema biologico simile al nostro e solo successivamente si passa alla sperimentazione sull’uomo.
Ad esempio, si è visto che la curcuma ha eccellenti proprietà anti-ossidanti, anti-radicali liberi e anti-infiammatorie in studi su colture di cellule e su animali, per cui è del tutto ragionevole ritenere che essa possa essere impiegata sull’uomo per la cura e la prevenzione di patologie con componente infiammatoria e degenerativa, ma attualmente non vi sono prove conclusive di questo tipo di effetti nell’uomo, ai dosaggi comunemente assunti.
Analogamente, la Triphala, una combinazione di tre erbe in uguale proporzione (Terminalia chebula, Terminalia belarica and Emblica officinalis), molto usata in Ayurveda per diverse condizioni, ha mostrato di possedere proprietà anti-neoplastiche, distruggendo cellule tumorali (ma risparmiando quelle sane), su colture di cellule tumorali umane e in animali da esperimento, ma non vi è alcuna evidenza scientifica che essa possa essere avere effetti positivi, nemmeno come adiuvante, nella cura dei tumori umani.
Le sperimentazioni cliniche vere e proprie reperibili su PubMed, sono infatti molto scarse, e per diversi prodotti e condizioni cliniche sono pressoché inesistenti. Tra i pochi studi clinici, inoltre, la maggior parte è di scarsa qualità e/o di piccole dimensioni, al punto che tutte le revisioni di letteratura disponibili sui prodotti suddetti concludono che non vi sono ancora dati sufficienti sull’efficacia e sicurezza dei prodotti nell’impiego sull’uomo.
Vi sono diversi motivi per spiegare la scarsità di sperimentazioni cliniche per le medicine tradizionali popolari e in particolare per i prodotti erboristici. In primo luogo, la carenza di finanziamenti. Oggi la maggior parte della ricerca clinica è sponsorizzata dalle aziende farmaceutiche, con enormi costi per lo sviluppo di nuovi farmaci, e per questo motivo non vi è sperimentazione né scoperta di nuovi farmaci in settori considerati poco remunerativi, come  quello degli antibiotici o delle malattie rare (i cosiddetti “farmaci orfani”). E’ evidente che un prodotto erboristico non può essere coperto da brevetto e quindi come tale non è commerciabile.
Una seconda difficoltà nasce dall’individualizzazione dei trattamenti in medicina ayurvedica, che vanno mirati alla tipologia dell’individuo e ai suoi specifici disturbi, o meglio “squilibri”, il che rende difficile  la sperimentazione secondo la logica della medicina occidentale dello stesso prodotto somministrato a tutti i soggetti del gruppo sperimentale verso il placebo nel gruppo di controllo.
Un terzo limite è costituito dal fatto che il trattamento in Ayurveda è di regola basato non solo sulla somministrazione di integratori, che siano prodotti erboristici, minerali o altro, ma anche sull’alimentazione, sullo stile di vita e su trattamento fisici, come massaggi, oleazioni e così via. Inoltre gli integratori, in genere prodotti erboristici, sono somministrati in forma di complessi contenenti diverse componenti, anche 20 o 30 erbe diverse, perché si ritiene che l’interazione tra le diverse componenti produca un risultato superiore, e meno effetti avversi, rispetto all’effetto  di ciascun componente considerato singolarmente. Questo tipo di approccio incontra resistenze ad essere accettato dalla medicina occidentale, perché in caso si riscontri un qualche effetto benefico di un prodotto multicomponente non è possibile dire quale sia quello attivo.
In qualche caso, tuttavia, il numero di componenti erboristiche può relativamente limitato. Ad esempio, un recente studio clinico sul trattamento di pazienti con artrite reumatoide ha mostrato un’ottima efficacia e  assenza di effetti avversi di un prodotto che conteneva quattro erbe, quali Ashwaganda, Boswellia serrata, curcuma longa e zenzero officinale. A Brescia abbiamo effettuato una sperimentazione clinica, finanziata dalla regione  Lombardia, e promossa dall’ASL di Brescia,  sul trattamento dell’ipercolesterolemia in soggetti in sovrappeso in cui abbiamo utilizzato una combinazione di guggulu e triphala, a sua volta una combinazione di tre erbe, visti i risultati contradditori di precedenti ricerche che avevano utilizzato il solo guggulu. 
Nonostante le difficoltà che ho qui brevemente delineato, vi sono tuttavia buoni motivi per promuovere la ricerca clinica sulle medicine non complementari e in particolare sull’ayurveda, mediante studi ben disegnati e condotti sotto il profilo scientifico. In primo luogo vi è un crescente interesse da parte della popolazione verso queste medicine, considerati i ben noti limiti della medicina occidentale nella cura della patologie croniche e i problemi connessi con gli effetti avversi dell’uso dei farmaci. In secondo luogo, si sta assistendo a un avvicinamento tra medicina occidentale e orientale, man mano che la prima va riscoprendo le sue origini olistiche (si veda quanto diceva Ippocrate sulle cause delle malattie), l’individualizzazione delle cure anche in medicina occidentale, il riconoscimento dell’utilità di interventi non farmacologici o chirurgici, e così via. Le raccomandazioni dietetiche e sullo stile di vita delle due medicine spesso sono in accordo, ad esempio sull’evitare alimenti ricchi di carboidrati semplici e sull’assumere alimenti ricchi di fibre e a basso indice glicemico per la prevenzione e cura di diabete e obesità. In terzo luogo, i promettenti risultati della sperimentazione di base e dell’esperienza clinica su vaste casistiche a livello mondiale, anche in paesi occidentali, costituiscono un motivo più che valido per passare alle sperimentazioni cliniche sull’uomo.
In generale, comunque, le terapie ayurvediche vanno viste come complementari ai trattamenti di medicina occidentale. Ad esempio, in un diabetico in cura con anti-diabetici orali o con insulina, l’impiego di prodotti erboristici, massaggi, oleazioni e altri trattamenti, potrebbe servire a ridurre le dosi dei farmaci, controllare meglio la glicemia e gli altri parametri, far perdere peso al soggetto, e quindi aumentandone la sensibilità all’insulina, ridurre le complicanze a carico del macro e microcircolo, in particolare il piede diabetico, e, in senso lato, a ridurre ricoveri e interventi specialistici e migliorarne la qualità della vita.
In conclusione, vi è oggi una forte necessità di incrementare la ricerca scientifica sulle medicine orientali e in particolare sull’Ayurveda, soprattutto per quanto concerne le sperimentazioni cliniche, nella duplice prospettiva di implementare l’impiego di “nuovi” trattamenti dimostratisi efficaci e ridurre/scoraggiare l’impiego di quelli dimostratisi non efficaci.

Francesco Donato - Professore Ordinario di Igiene, Responsabile della Sezione di Igiene, Epidemiologia e Sanità Pubblica dell’Università degli Studi di Brescia

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La ricetta

 


“Fa che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo “
Ippocrate di Kos


Ispirandomi all’attualità e alla forza di questo pensiero che ci conferma quanto l'alimentazione corretta sia importante per la salute, vi propongo una ricetta a base di legumi, cereali e verdure. E' un piatto saporito e colorato che solitamente piace a tutti in famiglia; semplice da preparare, sano e sostanzioso.  Arricchito con verdure ed erbe aromatiche è un primo valido per le quattro stagioni, ideale se servito tiepido o a temperatura ambiente nei mesi estivi oppure caldo durante tutto il resto dell’anno. 
La scelta di questa preparazione è stata dettata sia dal gradevole gusto degli ingredienti sia dalle loro proprietà specifiche. Legumi e cereali sono infatti importanti perché apportano nutrienti fondamentali per l'organismo quali i carboidrati (specialmente amido e fibra) le vitamine, i minerali ed altre sostanze benefiche per l'organismo. In particolare, sia legumi che cereali sono ricchi di vitamine A, B, C, E, di lecitina, di fibre  e  contengono anche potassio, ferro, calcio, zinco, fosforo e magnesio.
I legumi sono alquanto ignorati dai grandi chef tradizionali ma in realtà sono alimenti capaci di nutrire bene, mantenere magri e proteggere da tante malattie importanti e invalidanti quali stitichezza, obesità, diabete, cardiopatie e tumori. Il consumo contemporaneo di cereali e legumi aumenta la sinergia dei due alimenti e si adatta a ricette che possono essere molto gustose, come lo dimostra la ricetta descritta di seguito che, con l'aggiunta di pomodorini cotti in forno diventa particolarmente saporita. Inoltre, i legumi consumati in associazione con i cereali reintegrano il pool di aminoacidi essenziali a disposizione dell’organismo per la sintesi delle proteine e, senza dubbio, un piatto di cereali integrali e legumi contiene meno grassi di un corrispondente piatto di carne ed è molto meno acidificante.
Infine, i legumi associati ai cereali sono anche fonte di proteine vegetali, tanto che nell'alimentazione vegetariana vengono usati in sostituzione della carne  e anche la cucina  macrobiotica, rinomata per ricercare l'armonia tra mente e corpo partendo da un'alimentazione equilibrata,  pone i cereali  come cibi bilanciati e preferenziali.

Insalata tiepida di cereali e legumi
Ingredienti: (dose per 5-6 persone)
Orzo, farro, grano, riso integrale (circa 300 gr);
2 zucchine fresche
1 carota
1 cuore di sedano
una tazza di pisellini cotti al vapore
1 tazza di ceci lessati
1 tazza di fave lessate
250 gr di pomodori ciliegini
1 scalogno
sale
zucchero di canna
1 ciuffo di basilico tagliato grossolanamente
qualche rametto di timo
origano
olio extravergine di oliva (evo)
pepe bianco

Procedimento:
In anticipo (anche il giorno prima) tagliare i pomodorini metà, porli sulla leccarda (coperta da carta da forno), condirli con un filo d'olio , abbondante origano, poco sale e un cucchiaino raso di zucchero di canna, cuocerli in forno a 170°C per circa 45 minuti e lasciarli raffreddare nel forno con lo sportello leggermente aperto.
Sciacquare abbondantemente i cereali e metterli in ammollo per 1 ora; quindi, cuocerli in acqua salata per circa 30-40 minuti, controllando la cottura di tanto in tanto.
Bollire a parte i piselli, le fave e i ceci.
Tritare lo scalogno e metterlo a soffriggere in una padella con 2 cucchiai di olio evo. Nel frattempo, tagliare in fine dadolata  le zucchine, il sedano e la carota; unire le verdure agli scalogni  e lasciare saltare dolcemente a fuoco moderato per circa 10 minuti. Aggiungere quindi i cereali lessati con i pisellini, le fave, i ceci e le erbe aromatiche tritate (basilico e timo), mescolare e lasciare insaporire per 2 minuti. Infine aggiungere ai cereali e ai legumi i pomodorini cotti al forno e raffreddati. Mescolare bene ma delicatamente il tutto. Servire l'insalata di cereali e legumi tiepida o a temperatura ambiente, a seconda dei gusti personali. 

Il medico in cucina
Chi come me ha vissuto l’infanzia a cavallo tra gli anni sessanta e  settanta ricorderà, con nostalgia e una punta di repulsione, la cucina della domenica preparata dalle nonne, all’insegna di polenta, frattaglie, intingoli e torte margherite preparate con 12 uova. D’altra parte ricorderà anche la cucina delle mamme che lavoravano, contraddistinta dall’uso delle nuove tecnologie della conservazione e dall’abuso di fettine di bovino ai ferri. Poi magari sarà passato dal cocktail di scampi, dalle scaloppine ai funghi, dal carpaccio rucola e grana e avrà fatto una puntatina sulla nouvelle cuisine e sarà finalmente, auspicabilmente, approdato a una maggiore consapevolezza alimentare.
Infatti, il mio modo di cucinare è diventato più vario e originale, meno basato sulle mode del momento e sulle regole culinarie fisse proprie dei manuali di cucina, ma  più adattabile alle circostanze,  agli ospiti del desco e ai prodotti offerti dalla stagione.  In sostanza, cucinare per me è diventata una piacevole sperimentazione atta a ricercare il benessere e l'equilibrio alimentare.
I bisogni alimentari sono molto variabili, determinati dal clima, dal luogo, dall'attività che viene svolge e dalla costituzione psico-fisica individuale.  A mio avviso quando si cucina si  dovrebbe tenere conto dei fattori sopra citati e pensare alla salute e a ciò che è “sano”,  senza però tralasciare mai il gusto del cibo. Per questi motivi le mie scelte sono più orientate verso alimenti naturali, integrali e biologici con ampio utilizzo di frutta e verdura, spezie e erbe aromatiche.
E' ormai diventato parte del mio modo di cucinare limitare o eliminare i cibi raffinati e lavorati, proprio per evitare che i processi di lavorazione e di raffinazione alterino gli alimenti e li privino dei loro componenti naturali rendendoli in questo modo meno equilibrati.
Vi lascio con questo pensiero di Seneca tratto dal “De tranquillitate animi”:

“Mi piace il cibo che non debbano elaborare e sorvegliare stuoli di servi, non ordinato molti giorni prima né servito dalle mani di molti, ma facile a reperirsi e semplice, un cibo che non ha nulla di ricercato o di prezioso, che non verrà a mancare da nessuna parte si vada, non oneroso per il patrimonio né per il corpo, tale da non uscire poi per la stessa via dalla quale è entrato”.

Buon appetito!

Stefania Premi - Medico ed esperto di cucina naturale

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La dieta antiossidante

 



“A tavola non si invecchia” dicevano i nostri nonni. Vale ancora questo proverbio o fa parte delle cianfrusaglie polverose da riporre in soffitta? Le tavole imbandite ci evocano immagini di convivialità e allegria, di ore passate spensieratamente tra amici che sicuramente fanno bene all’animo, al buonumore e fanno riconciliare con la vita.

Ma giovano veramente alla salute? Cosa dice la scienza moderna?
Gli studiosi sono entrati di prepotenza in ogni aspetto della vita, e perciò anche in cucina. Con conteggi di kilojaule e indici glicemici vogliono rinnovare e modificare il nostro modo di mangiare. Fortunatamente non rinnegano l’aspetto conviviale dei pasti, ma considerano altrettanto fondamentale il contenuto di quello che si mangia, anzi così importante da condizionare la nostra salute e da portarci ad invecchiare precocemente se non seguiamo certe indicazioni.

Sono stati trovati i responsabili di questo pensionamento delle cellule, dei killer chiamati “radicali liberi” dalla grande capacità ossidante. Aumentano in caso di inquinamento, di fumo di sigaretta, di eccessivo sforzo fisico,ma specialmente con certi tipi di alimentazione. Infatti, l’ambiente in cui vivono le cellule è condizionato fortemente da ciò che portano nell’organismo i cibi consumati tutti i giorni. Prodotti alimentari conservati a lungo alla luce al calore, alimenti ricchi di additivi e di conservanti usati per migliorare l’aspetto estetico, fanno aumentare il contenuto in radicali liberi. E le insidie non finiscono, perché il calore della cottura li moltiplica in modo esponenziale. Ecco che certe diete dei nostri vecchi non vanno più. Sono guardati con sospetto i salumi, specie gli insaccati, sono incriminati i brasati, gli stracotti, estremamente aborriti i fritti. Più ne mangiamo e più cresce l’età delle nostre cellule, un vero gerontocomio!

Si è compiuto uno studio sulle persone che vivono più a lungo. Ad esempio nell’isola di Okinawa, in Giappone, si trova il maggior numero di centenari al mondo e questo non è dovuto solo al patrimonio genetico, ma anche all’alimentazione. Infatti gli stessi isolani che si sono trasferiti negli USA e sono passati ad una dieta “americana” hanno quasi la stessa mortalità e la stessa incidenza di malattie di cuore degli altri americani. E’ stato accertato che non è solo l’aria dell’isola e l’assenza di stress, ma è la loro dieta a dare questa longevità. Le calorie sono inferiori del 30-40% della dieta occidentale, il consumo di verdura e di frutta è abbondante, le proteine sono date dal pesce, mentre sono quasi assenti grassi e sale. Risultato, 80% di infarti e il 40% di tumori in meno e una mortalità generale ridotta del 35%. 
Numerosi studi biochimici confermano che esistono sostanze anti-age che provengono dal mondo vegetale. Nascoste nei multicolori aspetti della frutta e della verdura ci sono molecole capaci di contrastare i killer dell’invecchiamento. C’è chi ha stillato classifiche in capacità antiossidante. Ai primi posti il succo d’uva e di mirtilli, ma anche le brassicacee, cioè il vituperato cavolo, ma pure i suoi parenti stretti come la verza e il cavolo di Bruxelles e i broccoli. Ben piazzate le barbabietole rosse e i peperoni, così pure i pomodori. Tra la frutta, i frutti di bosco (more, fragole, lamponi), ma anche gli agrumi, come arance e pompelmo. A metà classifica patate americane, kiwi, spinaci, banane, mele. Seguono i legumi e i cerali. In fondo classifica, i pesci e le carni (molto meglio i pesci), inclassificabili le carni conservate e affumicate.

I vegetariani sembrano aver trovato così altri argomenti a loro favore, ma la soluzione nella dieta, come in tutte le cose è sempre l’equilibrio. Via i digiuni anoressici, via le abbuffate, largo alle verdure e alla frutta, specie se freschi e di stagione. Buone le minestre, i ratatuie, ma anche pasta e legumi. Utile consumare pesce e carne le cui proteine ad alto valore biologico risultano insostituibili. Non dimentichiamo poi l’acqua, le spremute, i centrifugati e le tisane. Nessuna paura di “annacquarci” perché il nostro corpo è fatto per il 70% di acqua. Ci serve per il corretto svolgimento delle funzioni cellulari e per lavare via tutti i residui tossici. Con una alimentazione di questo tipo si garantisce, oltre alla fornitura di energia necessaria alle cellule, la protezione all’usura del tempo.
In conclusione, resta fermo il proverbio dei nostri nonni, con una piccola specificazione: a tavola non si invecchia, a patto di consumare tanta frutta e verdura possibilmente biologica. Con l’augurio che ognuno di voi possa vivere felicemente e al più a lungo possibile.

DECALOGO PER UN’ALIMENTAZIONE ANTIOSSIDANTE

  1. Evitare prodotti conservati a lungo compresi quelli stagionati e affumicati come pure quelli contenenti coloranti e additivi vari
  2. Preferire gli alimenti crudi ai cotti e comunque cuocere poco
  3. Consumare almeno 400 grammi di verdure al giorno e altrettanto di frutta, entrambe meglio se fresche e di stagione
  4. Tra le verdure preferire Barbabietole rosse, carote, brassicacee (verza, cavolo, cavolfiore, broccoli)
  5. Tra le frutta preferire: mirtilli, lamponi, ananas, uva, mele, pere, kiwi
  6. Bere più di un litro di acqua al giorno con residuo fisso inferiore a 100 mg/litro
  7. Consumere leguminose (fagioli, ceci, lenticchie, piselli) anche soia e derivati (tofu, temphé, latte di soia, ecc…)
  8. Fare colazione con fiocchi di cereali e semi oleosi (girasole, mandorle, noci, nocciole) e yogurt
  9. Preferire il pesce azzurro alla carne e limitare la carne rossa
  10. Preferire i cereali integrali e biologici alla carne, limitare gli alimenti lievitati

Se non si riesce a rispettare i punti precedenti, o se gli indici ossida-tivi sono alti, usare integratori alimentari sotto controllo medico

Ruggero Grazioli - Medico specialista in scienza dell'alimentazione

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Meditazione e Ayurveda

Il lavoro sulla mente  per il ripristino dell’equilibrio e della salute


Ciò di cui parleremo in questo spazio, la meditazione e i suoi effetti, si inserisce nell’ambito delle discipline dello yoga. Lo yoga, infatti, è uno degli elementi chiave nell’approccio ayurvedico al vivere salutare ed è tradizionalmente parte della terapia ayurvedica.

Le quattro dimensioni dell’essere umano. Secondo l’Ayurveda, la costituzione dell’uomo è quadridimensionale. Esso, infatti, è formato dal corpo, dagli organi dei sensi, dalla mente e dalla coscienza. L’Ayurveda considera il corpo fisico come la cristallizzazione di tendenze mentali profondamente radicate e la mente come il riflesso del corpo e il magazzino di tutte le impressioni che riceviamo attraverso i sensi. L’Ayurveda abbraccia, dunque, in una sola visione corpo, mente e spirito o coscienza dove quest’ultima viene considerata come collegata, ma non limitata, al complesso mente-corpo che appare, quindi, come il suo strumento di manifestazione. Per capire come funziona il nostro corpo dobbiamo anche considerare lo stato in cui si trova la coscienza e il modo in cui usiamo la mente. La salute e il benessere scaturiscono dall’equilibrio di queste quattro dimensioni. Per il mantenimento o per il ripristino dell’equilibrio dei componenti della vita, l’Ayurveda propone numerosi approcci o metodologie la cui pratica può aiutare l’uomo a realizzare uno stato di assoluto benessere. Uno di questi è lo yoga che costituisce un approccio completo e organico, finalizzato a sviluppare la coscienza e il controllo del corpo fisico, delle emozioni, della mente e delle relazioni interpersonali.

Le radici dello yoga. La filosofia e la pratica dello yoga si sono sviluppate a partire da oltre 5.000 anni fa e le loro basi sono riassunte negli Yoga sutra di Patanjali, colui che, secondo la tradizione, codificò, a partire dal patrimonio orale già da secoli trasmesso di maestro in discepolo, un vero e proprio sistema organico e scientifico per lo sviluppo e la riarmonizzazione della coscienza. Sia per la meditazione che per lo yoga è difficile conglobare sotto un unico termine la multiforme varietà di pratiche che vengono comunemente definite tali e che sono numerosissime. Di queste, la forma più conosciuta in occidente è l’Hata Yoga, lo yoga fisico. Vi sono, poi, il Kundalini Yoga, lo Yoga Integrale, il Bhakti Yoga, il Karma Yoga, il Jnana Yoga e tantissimi altri. Ogni stile pone particolare enfasi su un aspetto come, ad esempio, la postura fisica o la respirazione. Il Raja Yoga, noto anche come lo “Yoga degli otto passi” costituisce l’approccio più articolato e scientifico. Si tratta di un sistema in otto fasi per acquisire la padronanza di tutti gli aspetti del nostro funzionamento, da quello fisico a quello psichico e spirituale. Dove con il termine spirituale non s’intende dare un significato forzatamente religioso, ma semplicemente definire un contesto in cui l’individuo percepisce il proprio posto nel mondo, nell’esistenza e nel ciclo della vita. La conquista di ogni gradino porta a lavorare su un aspetto più sottile del nostro essere, cominciando con le abitudini e il comportamento per poi procedere a lavorare sul corpo, sulla respirazione e quindi sul funzionamento e sullo stato della mente. Il cuore del Raja Yoga è proprio la meditazione che lavora sullo strumento più elevato in dotazione all’uomo: la mente.

Purificare la mente. Le impurità delle cellule hanno degli equivalenti nella mente: paura, rabbia, collera, avidità, coercizione, incertezza e altre emozioni negative che  possono rivelarsi dannose come qualsiasi tossina chimica. In altre parole la connessione mente-corpo trasforma le attitudini negative in tossine chimiche, i cosiddetti “ormoni dello stress” implicati in molte differenti malattie. L’Ayurveda raggruppa ogni tendenza negativa sotto la definizione di “ama mentale” o tossina mentale, da cui è necessario ripulire la mente. Ma come? Non è possibile purificare la mente solo con la volontà. Una mente in preda all’ira non può avere la meglio sulla collera; quando si è preda della paura non può soffocare la paura.
Occorre piuttosto una tecnica che vada oltre il campo in cui dominano paura, collera e tutte le altre forme di ama mentale. Questa tecnica è la meditazione. La meditazione permette a  una persona di liberare dall’ama pensieri ed emozioni, ovvero di purificare la mente dalle tossine mentali, dalle attitudini negative, dalle reazioni automatiche.
Meditare non significa costringere la mente al silenzio: è trovare la quiete che esiste già oltre la cortina dei sensi di colpa, delle ansie, dei risentimenti, delle illusioni, delle fantasie, delle speranze non realizzate e dei vaghi sogni della mente. In una parola, del nostro dialogo interno, di quell’incessante rumore di fondo che domina la nostra mente e i nostri pensieri confondendoci e impedendoci di ascoltare la voce più profonda del nostro essere, quel silenzio in cui possiamo ritrovare la nostra presenza e la nostra consapevolezza, i nostri slanci di ispirazione, la tenerezza della compassione e dell’empatia, la percezione dell’amore. Emozioni delicate e preziose che per lo più vanno perdute nel rumore caotico del dialogo interno.

Le tre qualità della mente. La mente è caratterizzata da tre qualità: Rajas, dominata da uno stato turbolento che prevale nelle menti agitate, alterate, attive o estroverse, Tamas, influenzato da uno stato inerte, che predomina nelle menti pigre o emotivamente depresse, e Sattva, regno di purezza e tranquillità, che prevale nelle menti quiete, pacifiche e soddisfatte o durante la meditazione. Una mente sana è il naturale dominio di Sattva. Se la mente non è calma e serena non possiamo percepire la realtà nel modo giusto.

  • SATTVA: crea la chiarezza con cui percepiamo la verità delle cose, dà luce e concentrazione
  • RAJAS e TAMAS: sono fattori di disarmonia mentale che creano agitazione e illusione e finiscono per dar luogo ad errori di immaginazione e percezione
  • SATTVA è l’equilibrio di rajas e tamas combina l’energia di rajas con la stabilità di tama. Aumentando sattva di ottiene pace e armonia. Il sattva, in quanto stato di equilibrio, è responsabile della vera salute.

 

Le tecniche di meditazione. Per quanto riguarda la dimensione mentale, i metodi ayurvedici di trattamento della mente includono le pratiche yogiche e le tecniche di meditazione, che costituiscono la terapia sottile la cui pratica permette proprio di ripristinare l’equilibrio delle qualità mentali. Sebbene la meditazione per molti secoli sia rimasta avvolta da un’aura di misticismo, nella sua essenza più profonda costituisce un procedimento estremamente pratico e niente affatto mistico per calmare e riequilibrare la mente. È il modo più sicuro per aprire un canale di benessere.
Non è facile parlare di meditazione in quanto per il carattere stesso di questa pratica e del contesto in cui si inserisce, essa rientra più nella sfera del “fare” e dell’”essere” che in quella del parlare. La meditazione non presuppone che si debba credere in qualcosa o in qualche effetto, presuppone che si debba sperimentare.

Cosa non è la meditazione. Prima di entrare nel merito dei benefici che si possono trarre da questa pratica, vorrei sgombrare il campo da alcuni dei più diffusi preconcetti che la riguardano e in base ai quali viene considerata qualcosa di esotico, al di fuori della nostra portata e della nostra mentalità. La meditazione comprende una varietà di tecniche e di approcci, propri di varie tradizioni religiose o filosofiche, che convergono, però, su alcune caratteristiche essenziali consentendo di fare una nitida distinzione rispetto a ciò che la meditazione in senso proprio non è:

  • Non è una condizione di trance, con indebolimento o scomparsa della consapevolezza
  • Non è una condizione mistica, intesa come involontario presentarsi di immagini e visioni di significato religioso
  • Non è una semplice tecnica di rilassamento

Meditare non significa allontanarsi dal mondo e perdersi nelle proprie fantasie, significa, piuttosto, rallentare, creare una sospensione-tregua in ciò che siamo abituati a fare, in termini di comportamenti, pensieri, emozioni.
La meditazione è una tecnica scientifica sulla quale si può contare per ottenere dei risultati purchè sia eseguita con cura, precisione e costanza. Ogni essere umano ha in sé le qualità della meditazione in quanto essa non è un’azione che dobbiamo produrre dal niente ma è qualcosa che possediamo già e che in parte già attuiamo, in determinate circostanze.
Se guardiamo dentro di noi la mente ci appare come un fiume che scorre in continuazione e non si ferma mai e sulla superficie del quale si formano onde diverse a seconda dei diversi eventi che le generano. La meditazione è, prima di tutto, fare in modo di tranquillizzare il flusso della mente: questa è la prima fase, quella “stabilizzante”. Il secondo passo è la meditazione “analitica”. Essa diviene possibile quando, avendo calmato il flusso dei pensieri e ottenuta così una mente chiara, abbiamo la possibilità di guardarla direttamente e vedere ciò che la influenza, di identificare ciò che ci condiziona positivamente o negativamente.

Gli effetti. Uno dei primi effetti che si possono osservare è un aumento di efficienza nella vita quotidiana, sia che questa si svolga in casa, in un ufficio o in un qualsiasi campo dell’attività umana. In generale, dalla pratica della meditazione ci si può aspettare una serie di effetti benefici quali:

  • Riduzione dello stress e della tensione
  • Eliminazione della depressione e dell’ansia
  • Equilibrio sul piano affettivo
  • Rinforzo del sistema immunitario con netto miglioramento della salute
  • Senso di unità con tutto quello che esiste
  • Maggiore concentrazione e fiducia in se stessi
  • Calma e libertà mentale, ottimismo

In particolare, gli effetti della meditazione possono essere ripartiti in una serie di fasi. Nella prima, chiamata Dharana (la concentrazione), hanno luogo alcuni cambiamenti mentali: distrazioni, ricordi spiacevoli, pensieri indesiderati, manie di persecuzione ed ossessioni diminuiscono fino a cessare e molti dei conflitti mentali vengono risolti o perdono consistenza.
In secondo luogo, si instaura una sorta di tranquillità, quiete e sobrietà, che costituisce la via maestra verso l’equilibrio mentale. Dopo la meditazione mattutina gli ardui e svariati compiti mentali da affrontare durante la giornata diventano semplici, scorrevoli e non faticosi. In terzo luogo, la mente si abitua sempre più a concentrarsi sull’occupazione del momento e questa maggiore attenzione consente di portare a termine molto velocemente lavori di precisione con un’autentica capacità di accuratezza. Infine, la mente acquisisce più potere permettendo di lavorare per periodi più prolungati durante la giornata, con minore noia e fatica.

(Bibliografia spicciola
“L’arte della meditazione” Matthieu Ricard – Ed. Sperling & Kupfer
“Le sette leggi spirituali dello yoga” Deepak Chopra e David Simon – Ed. Sperling Paperback
“Meditazione, psiche e cervello” Antonia Carosella e Francesco Bottaccioli – Ed. Tecniche nuove
“Ayurveda e la mente” Dottor David Frawley – Ed. Il punto d’incontro
“La psicologia dello yoga” Marco Ferrini – Ed. Centro Studi Bhaktivedanta
“Pensiero, azione destino” Marco Ferrini – Ed. Centro Studi Bhaktivedanta)

Marzia Sandri - Naturalista, Insegnante di Raja Yoga e di tecniche di meditazione, Consulente e Formatrice nei Servizi pubblici e del privato sociale delle Dipendenze

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L’angolo della riflessione – Epigenetica


L’epigenetica è una scienza emergente che offre un interessante ripensamento sul nostro ruolo nel determinare lo stato di salute.
Essa sostiene che non siamo vittime del nostro DNA  ma , al contrario,possiamo influenzarlo con lo stile di vita e l'attività mentale
I ricercatori del Preventive Medicine Research Institute di Sansalito in California, , con uno studio pubblicato da Proceeding of the National Academy of Science( PNAS) hanno dimostrato che dieta ed esercizio fisico sono in grado di “spegnere” più di 450 geni “cattivi” ed attivarne di buoni!
Il potere della volontà umana supera il determinismo genetico.

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